Antonia Pozzi, la Emily Dickinson italiana

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Il dramma umano di Antonia Pozzi ebbe come sfondo Milano, dove nacque il 13 febbraio 1912.

Figlia di Roberto, importante avvocato milanese, e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi, Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia nel liceo classico Manzoni di Milano, dove vive con il suo professor di latino e grecoAntonio Maria Cervi, una relazione che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi, verrà interrotta da Cervi nel 1933.

Nel 1930 si iscrive alla facoltà di filologia dell’Università statale di Milano, frequentando coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Remo Cantoni, e segue le lezioni del germanista Vincenzo Errante e del docente di estetica Antonio Banfi, con il quale si laurea nel 1935 discutendo una tesi su Gustave Flaubert.

Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi tanti interessi culturali, coltiva la fotografia, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia, studia il tedesco, il francese, l’inglese, viaggia, pur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra.  (altro…)

“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery… come l’ho letto io!

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Ecco come l’ho letto io e che cosa vi ho colto…
Sebbene il romanzo sia datato (2006)  rimane ancora molto attuale per la storia che viene raccontata e per i tanti retroscena che vi compaiono.
Renée è una portinaia. Fin qui, tutto bene. Renée si comporta esattamente come ci si aspetterebbe da una persona del suo ceto sociale, per di più sciatta, chiusa al resto del mondo, insulsa. Peccato che tutte le persone con le quali entra in contatto ignorino una sua qualità fondamentale: é un’ottima attrice.
Nel corso degli anni questa donna, in realtà estremamente colta e intelligente, è riuscita a costruire attorno a sé un’immagine, nient’altro che un personaggio stereotipato, cosicché tutti tendano a considerarla sciocca e priva di uno scopo diverso dal tenere pulito l’androne dell’elegante palazzo in cui lavora con zelo da anni.
Eccezionale, Renée, quasi machiavellica nella gestione di tutti quei particolari che assicurino la riuscita della sua messinscena, come ad esempio, acquistare cibo scadente che poi rifila al gatto, oppure lasciare la televisione della guardiola perennemente sintonizzata su trasmissioni sciocche e telenovelas.
Mi piace molto il personaggio di Renée, forse perché é in grado di dimostrare la solidità ( a volte negativa) di uno stereotipo, nonché la potenza che possono avere certe “etichette” che vengono imposte alle persone in maniera del tutto arbitraria; etichette che, a volte, sperimentiamo sulla nostra pelle, e che comunque ci ostiniamo talvolta ad appiccicare agli altri.
Non posso dire di aver amato altrettanto il personaggio di Paloma, la dodicenne figlia di un ministro francese la cui famiglia ottusa la fa sentire “fuori posto”. É una ragazzina geniale, ma non riesce a relazionarsi col mondo che la circonda, e che non soddisfa affatto le sue aspettative. Paloma decide di farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno: vuole suicidarsi e dare fuoco all’appartamento dei genitori, ovviamente la famiglia é fuori.
Forse é questo che rende questo personaggio meno affascinante di ció che potrebbe essere ai miei occhi: Paloma é impietosa nei confronti di coloro che la circondano, e non trova via migliore per cambiare il mondo se non uscire di scena “con effetto palcoscenico”.
Renée e Paloma sono molto simili, ma anche molto diverse: l’una cerca di sfruttare una situazione apparentemente sfavorevole ( l’etichetta della portinaia incolta e burbera!) in modo da ricavarne il massimo vantaggio (la libertà di comportarsi come vuole, e di coltivare le sue passioni senza rendere conto a nessuno), l’altra prende atto delle proprie insoddisfazioni (a casa e a scuola) e sceglie di non essere protagonista della propria vita, decide di “defilarsi”. Paloma è solo una ragazzina, ma vi assicuro che per come viene descritta dalla Barbery non si riesce a vederla come tale, o almeno per me!

 

Non credo affatto che l’autrice volesse dare questa impressione di lei, ovvero, l’immagine di una persona che non riesce a gestire le cose come stanno, ma questo è il messaggio che mi è arrivato. Preferisco la machiavellica messinscena di Renée: non sarà corretto vivere una vita fingendo di essere qualcosa che non si è, ma almeno questo implica il prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

Un romanzo delicato, come dicevo, all’interno del quale le vicende dei vari abitanti del palazzo di cui Renée è la portinaia, s’incontrano e si scontrano, creando una coralità, nella quale ogni personaggio riesce a ritagliare un proprio spazio, ognuno con le proprie stranezze, con le proprie abitudini, con le proprie meschinità… insomma uno spaccato di vita quotidiana, anche se spero che la vita non sia composta esclusivamente da persone quasi incapaci di guardare al di là del proprio naso 🙂

Capita per caso che le due protagoniste si incontrino, e inizino a vedere l’una la vera anima dell’altra. Comincia ad aprirsi una piccola crepa nella facciata di Renée, e Paloma comincia a considerare uno scenario alternativo al suicidio.

Il semplice e delicato equilibrio esistente nel palazzo viene sconvolto dall’arrivo di Monsieur Ozu, un distinto signore giapponese, che suscita subito l’ammirazione di Renée, peraltro appassionata di arte giapponese, e della giovane Paloma. Ozu riuscirà a vedere molto oltre la ben costruita facciata di Renée, avviando con lei una splendida amicizia…

Un libro indubbiamente ben scritto, ma devo dire che alcuni passaggi hanno rappresentato una bella sfida! Generalmente preferisco un ritmo più serrato, stavolta ho dovuto rallentare per venire a capo dei grandi argomenti filosofici messi in atto dalla Barbery. Proprio questo ha fatto sì che, pur ritenendo “L’eleganza del riccio” un buon romanzo, non abbia potuto amarlo nel vero senso della parola.

Una lettura consigliata dunque, ma non troppo leggera. Una bella trama, personaggi ben articolati, in qualche caso eccezionali, poesia quanto basta: una ricetta senz’altro vincente.

Un italiano a Parigi… Federico Zandomeneghi!

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Sono le donne di Federico Zandomeneghi, Zandó per gli amici francesi!

Figurine in bicicletta, su un sentiero che attraversa un parco. Non sono ragazzi ma giovani donne in pantaloni alla zuava stretti sotto il ginocchio, gambe in bella vista, con biciclette da uomo, e tanto di cappellino. Anno 1896, la bicicletta da donna ancora non esiste e indossare i pantaloni è il segno importante di un cambiamento epocale, di una libertà conquistata anche nella scelta di un passatempo all’aperto e di un abbigliamento idoneo, che lascia libero il corpo di muoversi e di mostrarsi

CARTESENSIBILI

in bicicletta al bois

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Figurine in bicicletta, su un sentiero che attraversa un parco. Non sono ragazzi ma giovani donne in pantaloni alla zuava stretti sotto il ginocchio, gambe in bella vista, con biciclette da uomo, e tanto di cappellino. 

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Pensiero fuggevole… i bivi delle nostre strade!

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Lungo i bivi della tua strada incontri le altre vite, conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo; anche se lo sai, tra proseguire dritto o deviare spesso si gioca la tua esistenza, quella di chi ti sta vicino.

Susanna Tamaro

Foto Robert Doisneau

Ho Imparato…

 

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Ho imparato che la calma è molto più destabilizzante della rabbia, che un sorriso disarma molto più di un volto corrugato, ho imparato che il silenzio di fronte ad un’offesa è un grido che fa tremare la terra. Ho imparato che come un amore rifiutato non si perde ma torna intatto a colui che voleva donarlo.

Confucio

 

La condizione delle donne nei dipinti d’interni… Judith Leyster

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“La Proposta” (1631), Judith Leyster

Con l’arrivo del freddo viene più voglia di starsene nella propria stanza, al caldo, magari sommerse in qualche piacevole lettura… penso che ognuna di noi, all’interno della propria stanza, si lasci andare a un flusso di pensieri che potrebbero trasformarsi in desideri, creatività e libertà!

 

Non era Virginia Woolf che scriveva che una donna dovesse avere soldi e una stanza tutta per sé per conquistare la propria indipendenza? E non è nella luce fioca di una camera, dove, le donne si preparano per intraprendere il cammino della loro vita? E un posto nel mondo?

Il dipinto che segue (ce ne saranno degli altri, in seguito) rappresenta una scena di interni, camere o sale, eseguite tutte da mano femminile, più o meno conosciute. Oltre a mostrare elementi o decori, essi ritraggono la condizione della donna in varie epoche e la loro risolutezza per emergere in un ambiente dominato da uomini.

Negli anni del Secolo d’Oro olandese (17° secolo), dove i Paesi Bassi, allora i più ricchi stati del mondo, si cullavano nella loro potenza navale, commerciale e culturale,  nasceva nel 1609 ad Haarlem, la città dei tulipani (immortalata da Alexandre Dumas ne “Il Tulipano Nero”) Judith Leyster, figlia di un noto birraio locale, che diventò  ben presto una delle poche artiste professioniste dell’epoca… piccola minoranza femminile oscurata dai grandi maestri olandesi. La Leyster si impose giovanissima per l’opulenta classe borghese protestante, con le sue opere di carattere per lo più domestico: di costume, ritratti, nature morte, tutto finalizzato con caratteri allegri. Nel 1629 riuscì ad aprire un atelier indipendente.

Un genio artistico di tale spigliatezza e vivacità, influenzato dai tanti Caravaggio di Utrect, avrebbe di certo meritato maggiore gloria postuma, ma Judith non l’ebbe. Sposatasi nel 1636 con un pittore mediocre, fu completamente assorbita dalla vita domestica e familiare. I suoi dipinti diminuirono insieme alla celebrità. La donna intellettualmente impegnata, ritornò ad essere sposa e madre. Morì nel 1660.

Veniamo  ora ad una sua opera che, in particolare, descrive l’ambiente privato femminile e la condizione stessa della donna d’epoca, si tratta de  “La Proposta” realizzata nel 1631 a soli ventidue anni (altro…)